Episode Transcript
[00:00:00] Speaker A: spin off il podcast di inoltre Buongiorno a tutti e benvenuti a questa nuova puntata di spin off.
Oggi è di nuovo con noi Alfonso Lanzieri che è un insegnante di filosofia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale di Napoli e anche presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Nola a Cerra di cui è anche direttore.
Alfonso ha da poco pubblicato il libro Rischiare il Bene, la responsabilità in Dietrich Bonhoeffer E oggi ci parla dell'articolo che ha scritto per inoltre sull'enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas. Ciao Alfonso e bentornato.
[00:00:47] Speaker B: Ciao, grazie a te.
[00:00:50] Speaker A: Allora, io volevo partire dall'articolo che tu hai recentemente scritto per inoltre sull'enciclica di Leone Quattordicesimo, la magnifica Humanitas, e volevo chiederti, siccome ho trovato il tuo articolo molto interessante, tu hai preso un approccio particolare per scrivere questo questo tuo pezzo e parli di prendere questo sentiero laterale per avviare una discussione che non è quella che ci si aspetterebbe, diciamo così, da quella che è la critica che abbiamo letto un po' su tutti i media in questi giorni. Ti chiederei di partire da questo, quindi spiegaci un po' Cosa ti ha colpito di questa enciclica e in che modo hai scelto di parlarne in questa maniera per inoltre?
[00:01:44] Speaker B: A colpirmi sono state chiaramente tante cose, perché è un'enciclica molto ricca, in cui si affrontano veramente tanti livelli della discussione. In fondo c'è un filo rosso che lega questa enciclica Alla re rumore.
Rerum Novarum di Leone XIII, che è un'enciclica che si occupava all'epoca della grande rivoluzione industriale e del mondo che stava cambiando, parliamo della fine dell'Ottocento, per cui per così dire l'invenzione della macchina industriale cambiava un mondo, cambiava delle abitudini, cambiava il lavoro, cambiava la città, cambiava l'insieme dei diritti anche. e in modo così analogo l'intelligenza artificiale, questo dice il Papa, cambia un mondo, non è semplicemente uno strumento in più rispetto a quelli che avevamo e in questo senso allora questa enciclica chiaramente cerca di mettere un po' a fuoco tutti questi cambiamenti o meglio i diversi piani del cambiamento. Qual è la strada che ho scelto? A me è parso che nei diversi commenti mancassero fondamentalmente due cose.
Io mi sono concentrato su una, sperando poi di ottenere anche l'altra.
Perché da una parte nell'enciclica stessa si dice che bisogna conservare l'umano, l'umanità autentica. Ma che cos'è quest'umanità autentica? Cosa si intende per per umanità?
Nell'enciclica si dice, si esplicita questo un po' meno nei commenti, ma la cosa ancora più interessante secondo me è che l'enciclica parla sostanzialmente anche della tecnica, di uno strumento tecnologico e dunque mette in campo il problema della tecnica.
Ma che cos'è la tecnica?
Perché l'uomo costruisce strumenti? Cosa fa quando costruisce strumenti? Ecco, questa è la grande, come dire, domanda sottesa all'enciclica. È chiaro che il documento papale non può occuparsi di questo, ne deve in un certo qual modo, ma forse possiamo farlo noi.
Ecco, allora quando uno si chiede che cos'è la tecnica, in genere si possono dare, dal punto di vista filosofico, due grandi risposte.
Da una parte, ed è questa forse la risposta più frequentata, più praticata, forse anche quella più vicina al senso comune, Si dice che la tecnica in fondo è frutto di una mancanza, cioè l'uomo rispetto agli altri animali è manchevole dal punto di vista di certi istinti, dal punto di vista di certe capacità, non ha la velocità del ghepardo, non ha la pelliccia del bisonte, non ha le corna del toro, non ha la vista del falco e dunque non essendo un animale così specializzato, con gli strumenti e soprattutto con la costruzione di strumenti attraverso gli strumenti, perché altri animali sanno utilizzare strumenti, ma una delle peculiarità dell'uomo è quella di saper costruire strumenti utilizzando strumenti.
Bene, con la tecnica l'uomo dunque sopperisce a questa mancanza e questo sostanzialmente gli apre un mondo, perché può vivere quasi in qualunque tipo di habitat perché se soffre il freddo con la lancia può uccidere un animale e farsi una pelliccia, non può volare ma può costruire degli aerei, eccetera. C'è un altro invece paradigma che è un po' diverso, perché in quello che abbiamo finora esplicitato la tecnica è qualcosa di umano, fondamentalmente umano, l'uomo fa un po' eccezione rispetto al piano naturale e appunto è quello che costruisce strumenti e potenzia se stesso.
C'è invece un'altra visione che pensa la tecnica non come qualcosa di prettamente umano, ma come qualcosa di sostanzialmente naturale. So che è un po' controintuitivo perché siamo noi così abituati a separare l'artificio dalla natura.
Invece no, perché secondo questo paradigma in fondo lo strumento che l'uomo costruisce non è altro che una sorta di esternalizzazione di strumenti che la natura già costruisce, che l'evoluzione già costruisce di per sé.
Per esempio l'evoluzione costruisce l'occhio, l'occhio che serve per vedere, chiaramente costruisce è ancora un verbo che presuppone un decisore, una volontà eccetera, ma insomma ci siamo capiti.
Bene, l'uomo è capace di costruire per esempio un cannocchiale, un binocolo, cioè strumenti che esternalizzano semplicemente quella funzione che in qualche modo la natura ha già dato, ci ha già fatto sperimentare.
In fondo, come diceva Bergson, filosofo francese vissuto tra 800 e 900, che ha riflettuto molto sul tema della tecnica, in fondo la parola organo ha due significati, come sappiamo, nella sua derivazione, perché l'organo può essere sia l'organo, cioè cuore, fegato, polmone, eccetera, eccetera, ma può significare anche strumento dal latino. Allora, questa doppia valenza del termine organo ci mette sulla strada per capire cosa vuol dire una tecnica intesa come funzione del vivente in generale, non del vivente umano.
In questa seconda accezione, però, se la tecnica non è più qualcosa che ha a che fare specificatamente con l'uomo, allora la tecnica è qualcosa che ha a che fare col processo della vita, col processo anonimo e in un certo qual modo precede la stessa volontà umana. Detto in altri termini, la scienza stessa per esempio, la conoscenza, non è qualcosa che viene prima della applicazione tecnica dello strumento, ma c'è prima la tecnica, c'è prima una vita che vive e costruisce i propri strumenti, poi la scienza, poi la conoscenza. Questi sono i due grandi paradigmi della tecnica, ma io credo che sia possibile una terza via o come minimo in qualche modo collocarsi in una zona che non sta né dall'una né dall'altra parte e a mio avviso l'enciclica, forse in forma inconsapevole, forse in forma non esplicita, riesce a fare questa operazione o tenta di fare questa operazione.
[00:09:38] Speaker A: Perfetto. E questa seconda visione che tu hai citato, quella in cui la tecnica sarebbe un po' parte comunque della natura, se ho capito bene il tuo punto, è forse quella da cui possono derivare dei pericoli concreti, contro cui l'enciclica, credo, cerchi di mettere in guardia, se sei d'accordo. Volevo capire, secondo te, come mai anche il titolo così particolare per questa enciclica, come vedi, come credi sia stato affrontato l'argomento dal punto di vista dell'incontro tra teologia e filosofia, Perché una delle cose che ho letto abbastanza interessanti da parte di altre critiche o recensioni di questa enciclica è che sembra essere molto forte dal punto di vista proprio filosofico. Per questo ti chiedo come vedi tu questo incontro tra filosofia e teologia così forte? E se pensi che il lavoro svolto in questo senso da Papa Leone sia approfondito al punto che effettivamente ha suscitato così tante reazioni ad ampio raggio che personalmente mi hanno sorpreso, nel senso che è un'enciclica con un livello di approvazione abbastanza elevato, mi pare di capire. Lascio a te la parola su questo.
[00:11:09] Speaker B: Io direi che sull'incontro tra teologia e filosofia ci siamo, nel senso che forse, per esempio, non tutti sanno che se una persona si iscrive in una facoltà teologica, prima di studiare teologia, deve affrontare perlomeno due anni di filosofia.
richiamo questo elemento così, che potrebbe sembrare del tutto altro rispetto alla nostra discussione, per dire una cosa molto semplice e cioè che da sempre la riflessione teologica ha nella filosofia un suo riferimento privilegiato. Poi nel corso del del tempo, intendo dire soprattutto dal Concilio Vaticano II in poi, anche le altre cosiddette scienze umane sono state valorizzate nello studio teologico, per cui chi oggi studia teologia fa corsi di psicologia, di sociologia, eccetera, eccetera. di comunicazione, oramai stanno entrando anche quelli nella formazione teologica, ma insomma faccio questo richiamo accademico proprio per dire come anche materialmente, fattualmente lo studio della filosofia è parte della formazione del teologo ed è parte dunque anche della dottrina sociale della Chiesa, per usare una formula molto ampia.
Certamente si nota anche in questo caso dunque un certo tipo di frequentazione filosofica. Chiaramente, come tu facevi capire nella tua domanda, c'è una certa scelta, perché da una parte quel paradigma del quale prima parlavo della tecnica come interna al processo di sviluppo del vivente e non come qualcosa che ha a che fare invece con un vivente in particolare che sarebbe l'uomo, è una prospettiva che da una parte secondo me ci informa giustamente sul fatto che lo strumento, pur essendo una produzione umana, al tempo stesso non è nella piena disponibilità dell'uomo. Diceva il filosofo Martin Heidegger che in un certo quel modo l'essenza della tecnica non è nulla di tecnico.
Ora, senza voler andare nelle dette della metafisica occidentale, questa sola frase può farci capire come il fatto che l'uomo costruisca strumenti non è qualcosa di innocuo, ma è qualcosa che ha a che fare con un movimento, con un processo più profondo che lo precede per certi versi e quindi quella linea filosofica lì ci mette in guardia dal sottovalutare la tecnica e dal pensare che lo strumento sia semplicemente un aggeggio che utilizzo per raggiungere un certo scopo. No, lo strumento anche dettare gli scopi e agisce su colui che lo produce trasformandolo, in modi spesso inediti, in modi spesso insospettabili.
Ecco, dal punto di vista filosofico, certamente l'enciclica non si pone in perfetta continuità, anzi direi non in continuità, con questo tipo di paradigma, perché? Perché se da una parte ci informa sul fatto che la tecnica non è nella nostra piena disponibilità, al tempo stesso però rischia di far svanire la responsabilità e il protagonismo del soggetto e quindi questo è il problema di questo tipo di divisione se troppo estremizzata e allora dobbiamo per forza andare nell'altro senso, nell'altro verso, cioè in una tecnica totalmente assorbita nel paradigma della centralità antropologica, ecco anche su questo tiriamo un attimo il freno.
Né la tecnica è semplicemente un processo impersonale del quale l'uomo sarebbe quasi una sorta di maschera momentanea, ora chiaramente sto estremizzando molto, mi scuseranno diciamo così gli esponenti di questa corrente filosofica, né però appunto dobbiamo dimenticare che l'atteggiamento padronale dell'uomo che pensa di dominare lo sviluppo tecnico è un atteggiamento che ha portato nel passato a profondi disastri.
cioè dobbiamo anche in un certo qual modo e non ho paura di utilizzare questa espressione, aver paura, essere anche un po' spaventati dalla potenza che sappiamo mettere in campo e da come poi non sappiamo controllarla. Il riferimento più banale che può venire in mente in questo caso è quello della bomba atomica, della potenza dell'atomo, eccetera. Proprio quegli strumenti che noi produciamo e mettiamo in campo per ridurre l'instabilità della vita, per ridurre il rischio della vita, sono capaci a loro volta di produrre un rischio e di produrre un'instabilità per così dire di secondo livello, cioè quella della natura al sesto giorno della creazione per intenderci, ma c'è anche un'instabilità di secondo livello che produciamo noi quando costruiamo il mondo 2, il mondo delle macchine.
Allora dal punto di vista filosofico direi che l'enciclica riesce in un certo qual modo a collocarsi o prova a collocarsi tra queste due tendenze, certamente è più vicina alla tendenza, chiamiamola, antropologica, ora credo che ci capiamo, ma non la sposa completamente se questo significa pensare che l'uomo possa concepirsi nei termini di un antropocentrismo padronale, come mi piace dire, che ha fatto già i suoi danni, che non dovrebbe farne più.
direi che dal punto di vista delle reazioni che l'enciclica ha avuto, tu stesso ti sei detto sorpreso per il profluvio di applausi e di consensi eccetera eccetera, ecco io direi questo e forse può essere Sorprendente che lo dica io, perché chi sta parlando in fondo è un cattolico, anche se non lo esibisco mai, perché non c'è nulla di cui uno debba andare fiero, è una condizione della mia vita.
Però non me la sento ora semplicemente di dire sì, è vero, il Papa ha fatto un'enciclica bellissima, tutte le cose giuste sono scritte là dentro, eccetera. Io credo che le reazioni positive siano dovute soprattutto a due fattori.
Mettendo per un attimo da parte il contenuto dell'enciclica, che certamente che è certamente di alto valore, che certamente sotto questi aspetti io non dico nulla, lo lascio dire agli altri, ma ci sono altri due aspetti.
Il primo è che in questo momento credo sia fattuale, indipendentemente dalle rispettive tendenze culturali, personali etc., in questo momento l'unica o una delle poche istituzioni mondiali che ancora può rappresentare un piccolo punto di riferimento per tante persone sia proprio la Chiesa Cattolica.
perché la presidenza americana è ridotta così com'è, l'Unione Europea è una struttura un po' insipida, l'ONU ha tutte le difficoltà che conosciamo, uno si guarda attorno e anche chi è lontano dalla Chiesa Cattolica, però una parola minima, con tutti i limiti, con tutte le contraddizioni per carità, di ragionevolezza e di moderazione perlomeno sembra provenire da lì, perlomeno questo aspetto. Il secondo aspetto sull'intelligenza artificiale, credo che ci sia giustamente nel mondo un timore diffuso, dovuto anche banalmente all'incertezza, non sappiamo esattamente dove ci porterà l'intelligenza artificiale, dove le infrastrutture con l'IA ci condurranno, come cambierà il mondo del lavoro, cosa succederà tra le potenze che si stanno contenendo, le infrastrutture, le materie prime etc., Cina, Stati Uniti, c'è il problema di Taiwan che è connesso comunque a tutto questo tema. In questa incertezza una voce che invita alla responsabilità, che invita alla riflessione, all'approfondimento, che invita in un certo qual modo a mettere al centro la dignità della persona, in qualche modo non può che essere salutata con un almeno c'è una voce che mette un po' d'ordine in tutte queste questioni ed è portatrice di una visione, poi può essere condivisa o meno, condivisa in una certa parte, però perlomeno c'è una visione, c'è un orizzonte laddove molte altre voci istituzionali di questo tempo non sembrano avere una visione, ma sembrano procedere alla giornata. sia istituzioni di casa nostra, sia quelle sovranazionali o che fino a ieri erano di riferimento e invece non lo sono più.
[00:22:10] Speaker A: Tu poco fa hai parlato di antropocentrismo padronale, quindi se interpreto bene quello che stai dicendo, l'enciclica mette un po' l'accento sul fatto che sarebbe più utile parlare di antropocentrismo responsabile, quindi la capacità di utilizzare la ragione, come hai appena accennato tu, per avere quella paura di cui hai parlato, del fatto che comunque certe forze che sono al servizio, tra virgolette, della tecnica che l'uomo va a sviluppare sono comunque pericolose e quindi serve una responsabilità, un approccio critico nei confronti di quelle che possono essere le conseguenze anche negative in questo aspetto. Io ti voglio chiedere a questo punto, abbiamo visto che Non ricordo adesso il nome, uno degli elementi di spicco di Anthropic ha partecipato alla presentazione dell'enciclica. Come hai visto tu questa partecipazione?
Cosa pensi dell'intervento e delle parole che sono state portate quindi da uno dei cosiddetti padroni del vapore, in questo caso, no? E come vedi un possibile rapporto tra le aziende che si occupano di intelligenza artificiale e la Chiesa Cattolica nel ruolo in cui l'hai appena descritta tu di istituzione che ha un certo tipo di reputazione da utilizzare, da spendere in favore dell'umanità responsabile di questo antropocentrismo responsabile di cui abbiamo parlato?
[00:23:54] Speaker B: Beh, da una parte io saluto con un certo favore il fatto che, diciamo così, la Chiesa possa farsi interlocutrice dei padroni del vapore, come è stato detto.
E questo mi sembra già un segnale molto positivo e mi sembra anche molto positivo il fatto che la Chiesa sia riconosciuta come un interlocutore credibile.
Anche questo è molto interessante.
Chiaramente quando dico che mi sembra un segnale positivo, non lo dico, lo chiarisco per correttezza, prodomomea, perché io, in un certo qual modo simpatizzante della Chiesa Cattolica, mi fa piacere che interloquisca con i potenti, con alcuni potenti e con alcuni interpreti del cambiamento tecnologico in atto. No, semplicemente se e nella misura in cui in questo momento stonico la Chiesa Cattolica è portatrice di una riflessione e di un allargamento culturale su questi strumenti in ordine al bene dell'uomo, ecco, nella misura in cui la Chiesa Cattolica fa questo, allora saluto con favore il fatto che possa essere un'interlocutrice credibile dei nuovi detentori dei mezzi di produzione, per usare un'espressione veterofilosofica, marxista etc., in questo senso, quindi se al posto della Chiesa Cattolica ci fosse stato un altro tipo di istituzione capace di portare comunque questo tipo di problema di questione eccetera, a me andava bene comunque, questo deve essere chiaro.
E proprio in ordine al dialogo, dibattito eccetera che la Chiesa Cattolica riesce a più o meno istituire o almeno così pare con alcuni grandi imprenditori dell'intelligenza artificiale, a me pare importante il richiamo critico al transumanesimo che noi troviamo nell'enciclica, perché questa categoria è esattamente una categoria che spesso, sia in maniera implicita che in modo esplicito, torna talvolta nel dizionario dei grandi personaggi, delle grandi figure dell'intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie.
Ecco, qui mi sembra ci sia veramente un punto di rimente, perché spesso anche in una certa retorica da parte per esempio di Thiel, di Musk eccetera, tanto per citare i nomi che ormai sono sono diventati da qualche anno in qua i più citati quando si parla di questi temi, nella loro retorica l'essere umano è qualcosa che in un certo modo deve essere superato, o meglio per essere forse meno banali, un po' più sottili, la fragilità, la vulnerabilità, è qualcosa che deve essere semplicemente superato o è comunque un bug di sistema, E quindi in un certo qual modo dal loro punto di vista torna l'idea di una tecnica come protesi. L'uomo ha un bug di sistema che è la sua vulnerabilità che si presenta in tante sfaccettature, ma la tecnica riesce a essere una protesi e poi a potenziare, quindi facciamo un passo ancora Da questo punto di vista l'enciclica ha il coraggio di dire che la vulnerabilità è una risorsa. Qui siamo veramente, secondo me, in un punto in cui il testo del Papa, potremmo quasi dire, pone un elemento contro culturale.
Sì, è vero che la debolezza, che la fragilità come bellezza, come risorsa è un po' una retorica che comunque convive con certe altre retoriche del superuomo che sono presenti nel dibattito, però convive sotto la forma un po' della dolcinatezza poeticizzante, un po' del debolismo anche un po' narcisistico, sono debole, sono fragile, piango, guardatemi come sono debole, come sono fragile, come sono umano. Ecco, ma io credo che il testo papale sotto questo aspetto invece fa un'operazione un po' più profonda, perché il limite non è salutato come una risorsa in maniera, torno a dire, poetica, sdolcinata. Perché? Perché il limite non dice, diciamo così, sacralizzazione del dolore e della vulnerabilità. Il limite dice possibilità dell'incontro, questo è il punto fondamentale.
Se noi togliamo il limite, togliamo la possibilità dell'incontro e se togliamo la possibilità dell'incontro c'è soltanto la torre di Babele, che è un'immagine che utilizza l'enciclica fin dall'inizio. E che cos'è in fondo la torre di Babele? E' in fondo un'umanità in cui c'è l'illimicizia permanente, c'è la confusione delle lingue, ci sono i sacrifici umani, ecco questo è il punto. Senza più limite c'è il sacrificio umano.
Ed è interessante che il mondo religioso che ha capito, sulla base delle esperienze plurisecolari, che i sacrifici umani non sono voluti da Dio, debba spiegare a una, per così dire, nuova religione, una religione del silicio, dei dati, eccetera, che i sacrifici umani non sono progresso.
E qui c'è una scienza, secondo me, per le tradizioni religiose, o almeno per certe tradizioni religiose, che secondo me, proprio sulla base dell'esperienza, hanno capito che gli dèi non si placano col sangue degli uomini, ma gli dèi si placano, diciamo così, o meglio, che gli dèi non si devono placare, perché gli dèi non sono arrabbiati con l'umanità, Il sogno di Dio, se un Dio c'è, è che l'uomo impari a convivere con l'altro uomo come fratelli e sorelle. Allora questo è quello che tenta di spiegare in qualche modo l'enciclica, che non prende posizione chiaramente, non scende nel dettaglio di che cose li ha, di come funzionano i dati, su come si deve costruire, è ovvio che è in materia degli ingegneri, è ovvio che è in materia dei politici come immaginare il futuro del lavoro alla luce dei nuovi strumenti tecnologici etc., è ovvio che è in materia degli economisti come immaginare il nuovo mercato, certo, importante è che tutto questo non si compia con i sacrifici umani. Quello può essere competenza della religione, che è un'energia potente nello spirito umano.
Potente significa anche terribile, perché tutto ciò che ha a che fare con l'assoluto è qualcosa di tremendo, di affascinante e anche di tremendo. La religione non è una cosa carina, non è una cosa innocua, non è un dolcificante.
Chi ha a che fare con questo tipo di potere sa che può condurre anche ai sacrifici umani e ha in un certo qual modo il dovere di avvertire tutti.
che se divinizzi qualcosa, se divinizzi la tecnologia, se divinizzi il toglimento del limite, la vittima potresti essere proprio tu, che ti sacrifichi a un idolo che non esiste ma che ti mangia la vita.
[00:33:01] Speaker A: Molto bene, molto interessante. In chiusura ti voglio chiedere, c'è qualcosa che collega la tua lettura di questa enciclica a quello che è il tuo ultimo libro appena pubblicato?
Mi sembra che il tema sia abbastanza vicino. Il libro si intitola Rischiare il bene, la responsabilità in Dietrich Punoffer.
Mi diresti qualcosa riguardo, vuoi dire ai nostri ascoltatori in che modo il tuo interesse per questo argomento trova dei punti in comune con la lettura dell'Encipica del Papa?
[00:33:39] Speaker B: Io direi che la parola chiave è la parola responsabilità, che è una parola oggi molto utilizzata, certamente, noi continuamente diciamo che i politici devono essere più responsabili, che gli insegnanti devono essere più responsabili, che gli adulti devono essere più responsabili, però come molte parole tanto utilizzate poi non approfondiamo quasi mai il suo significato, cosa vuol dire essere responsabili? Allora io credo che questa sia la connessione fondamentale, Bonhoeffer è esistito in un tempo molto complicato, che è il tempo dell'ascesa del nazismo, della seconda guerra mondiale e ha fatto delle scelte molto difficili per poter rischiare il bene e perché lui ha dovuto rischiare il bene. Lui era sostanzialmente un teologo pastore protestante che entrò nella resistenza antinazista, pagando poi con la vita quella scelta.
Ma dovette appunto rischiare perché? Perché lui è vissuto in un'epoca in cui le certezze tradizionali, chiamiamole così, o comunque quelle che per lui erano casa, erano venute meno, quasi potremmo dire in un'epoca di sospensione della civiltà e allora venuti meno gli abituali criteri di decisione, come si decide per il bene? Questa è la grande domanda in un'epoca tragica, in un'epoca buia. Noi siamo in un'epoca in cui magari con minor tragicità di quella della Seconda Guerra Mondiale, della Shoah etc., però siamo in un tempo in cui sentiamo che gli abituali criteri di decisione morale, per esempio, anche politica, ma le due cose possono stare chiaramente insieme, stanno venendo meno o si stanno trasformando in modo così radicale che sentiamo franarci il terreno sotto i piedi e in questo frangente allora noi possiamo fare due cose, o ci abbandoniamo a un cinismo pessimista, per cui ci adattiamo al tempo e cerchiamo di trovare una nostra nicchia in cui starcene sicuri in attesa di tempi migliori, oppure ci rifugiamo in una sostanziale rimozione della realtà, che è la strada degli utopismi, dei pacifismi platonici, come leggiamo io.
dell'ottimismo ingenuo, per cui in fondo basta cambiare qualcosa e la situazione torna come prima, in cui ormai sì, siamo in un tempo di grandi cambiamenti, però in fondo ce la caveremo senza spesa, senza dover metterci troppo del nostro.
Bonhoeffer da una parte ci invita a evitare questi pericoli, ma e da allo stesso tempo la responsabilità di fronte all'intelligenza artificiale, al cambio di paradigma tecnologico, politico e di civiltà cui la nuova tecnologia ci sta conducendo, un'altra anche in questo caso appunto è la responsabilità il fattore parte ci fondamentale che dobbiamo tenere innanzi agli occhi prendendo delle scelte, facendo delle scelte senza pretendere le sicurezze e le certezze che avevamo fino a qualche anno fa e tuttavia dobbiamo scegliere.
Perché? Perché come diceva Cartesio, se stai in un bosco di notte, devi prendere una strada per forza, perché se non scegli certamente morirai di freddo in mezzo alla foresta, in mezzo al bosco. Quindi prendi una strada, magari ti accorgerai che è sbagliata, però intanto prendila e rischia il bene. Ecco, in questo senso allora credo che dobbiamo accettare la realtà perché senza questo sì al tempo, alla storia e agli appelli che la storia ci invia, non c'è alcuna responsabilità e poi prendersi il rischio di scegliere, di decidere. Credo che anche questa enciclica in qualche modo inviti alla responsabilità in questo senso.
[00:38:44] Speaker A: Perfetto. Non mi resta che ringraziarti ancora una volta per il tempo che ci hai voluto dedicare, per le parole che hai espresso, per l'articolo che hai scritto.
Grazie ad Alfonso Lanzieri.
[00:38:57] Speaker B: Grazie a te e a tutti quelli che ascolteranno.
[00:39:01] Speaker A: Io ringrazio anche tutti i nostri ascoltatori, le nostre ascoltatrici e vi do appuntamento alla prossima puntata del nostro podcast. Buona giornata.
Avete ascoltato Spin Off, il podcast di inoltre.